Ci roviniamo in prima elementare

Nonostante sul tema della presa di decisioni in gruppo si siano già svolti molti studi ed esistano alcuni strumenti e metodi per facilitare questi processi, ritengo che si siano tralasciati alcuni aspetti fondamentali: “il comportamento” del gruppo (e non dei singoli individui che lo compongono), l’ambiente nel quale il gruppo deve lavorare insieme e prendere decisioni,  la progettazione e l’esecuzione di attività collaborative.

Ho avuto modo di lavorare negli ultimi dieci anni con gruppi di ogni dimensione, dalle 5 alle 300 persone e la prima considerazione che è importante fare è che siamo educati a operare individualmente fin dalla scuola e anche quando lavoriamo in gruppo, quasi sempre lo facciamo come somma di individui, identificando il proprio obiettivo individuale all’interno (quando va bene) dell’obiettivo di gruppo. In effetti guardando un bambino in età prescolare ci accorgiamo che:

  • Molto spesso preferisce giocare in gruppo
  • Condividere il momento del gioco è importante quanto il gioco stesso
  • Lo stesso gioco fatto da soli stanca molto in fretta e non è divertente come quando fatto in compagnia.

Il nostro cambiamento inizia in prima elementare, quando ci troviamo dietro un banco, solitamente singolo, dove il voto o giudizio è individuale, dove è la performance personale a determinare il successo o l’insuccesso.

Da qui nascono gli inevitabili problemi relazionali e di posizione: mentre ognuno è naturalmente portato ad affermare la propria posizione e identità, la questione da affrontare, l’oggetto della discussione (dal proprio punto di vista individuale), la decisione da prendere, finisce col passare in second’ordine. Per questo di norma si tende a costruire team di progetto piccoli o articolati su più livelli gerarchici: meno soggetti che discutono, meno rischio di conflitti, più rapidità operativa. Può funzionare con i problemi semplici, ma quando le questioni si fanno complesse, ovvero quando le variabili in gioco sono molteplici, il risultato è: tempi lunghi e soluzioni di compromesso. Una mediazione al ribasso, di certo non soddisfacente quando si tratta di innovazione, di obiettivi strategici, organizzativi o tecnologici.

Matteo Andreacchio

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